I conti non tornano
(articolo pubblicato su Carta - 10 febbraio 2005)
In questi giorni è stata condotta l’ennesima campagna mediatica contro i dati dell’Istat. E’ bastato un “innocuo” comunicato-stampa che descriveva l’andamento delle retribuzioni per infiammare gli animi delle associazioni di consumatori e dei sindacati. Quel comunicato informa che nel 2004 le retribuzioni sono aumentate del 2,9%, a fronte dell’inflazione al 2,2%. A leggerlo così, pare proprio un dato bislacco, soprattutto contrario al senso della realtà sull’andamento del potere d’acquisto, da parte di chi lavora. Stando ai dati, il 2004 è il primo anno “positivo” nella differenza tra retribuzioni e inflazione, dal 2001. Inoltre la retribuzione rilevata è quella contrattuale, lorda che non tiene conto delle indennità da contrattazione decentrata.
Ancora più rilevante appare il fatto che questa indagine coglie oggi i lavoratori coperti da contratti nazionali (analizzando un campione di contratti aggiornato l’ultima volta nell’anno 2000). Non rientrano nel campo di osservazione le retribuzioni degli “atipici”, una moltitudine di circa 7 milioni di persone secondo la CGIA di Mestre, tra finti “autonomi”, co.co.co., collaboratori a progetto, occasionali, soci di cooperativa, ecc. Quel 2,9 rappresenta l’aumento medio delle retribuzioni per i “fortunati” che godono di un contratto a tempo indeterminato e di una contrattazione nazionale unica. Tutti gli altri rimangono invisibili, come del resto accade sul fronte dei diritti di lavoro. Sia detto che altre fonti statistiche dovrebbero integrare questo patrimonio informativo. Succede però che, invece di fotografare la figura intera, ci si “accontenta” del busto. Con una battuta si potrebbe dire che ci sono pochi precari nelle statistiche e ce ne sono troppi tra i lavoratori dell’Istat.
Perché avviene questo? Nel pubblico, la ricerca è giunta all’impossibilità di definirsi tale. All'Istat, grazie ai progressivi tagli al bilancio, vengono svolte a malapena le indagini strettamente obbligatorie. Le metodologie, pattuite a livello europeo, a volte consentono pochi margini di manovra. Ed in ogni caso, le innovazioni di processo e di contenuto non vengono adeguatamente valorizzate: i ricercatori non hanno spazio per tentare di scoprire realtà meno visibili, anche quando numericamente consistenti e crescenti. L’iter per la diffusione dell'informazione statistica è fortemente gerarchizzato: obbliga a far passare tutte le note informative per la stampa sotto la supervisione del presidente in persona. La cui nomina, va ricordato, è sottoposta alle regole dello spoil system. A questo eccesso di controllo centralizzato si aggiunga che la condizione di precarietà rende i lavoratori più ricattabili e, quindi, meno autonomi nella loro attività lavorativa. Ne risulta che le possibilità di interventi migliorativi nelle varie fasi del processo di produzione dell’informazione statistica risultano molto scarse, in una sorta di coazione a ripetere.
E’ ora di iniziare un dibattito dinanzi all’opinione pubblica che, partendo dalla nostra condizione di lavoro, possa arrivare a mettere in campo proposte concrete su come porre realmente al servizio della collettività i “numeri” prodotti dall’Istat, nel rispetto di metodologie rigorose, ma soprattutto fuori da ogni tentativo di strumentalizzazione politica. Questo dibattito dovrà, evidentemente, discutere anche dei soldi e della precarietà, che vincolano l’attività degli enti pubblici.
Le polemiche sulla fotografia resa dai dati statistici ufficiali, spesso in forte conflitto con l’esperienza quotidiana dei cittadini, segnalano un limite effettivo dell’informazione statistica. E ciò potrebbe essere causa, oltre che di perdita di credibilità della ricerca svolta nell’istituto, anche di problemi concreti per i lavoratori, i quali sono sicuramente coloro che pagheranno le conseguenze di questa situazione. E’ improrogabile aprire spazi di discussione in cui ristabilire un controllo dal basso dell’informazione statistica pubblica, ritessendo i legami fra il dato e la realtà sociale che si prova ad indagare.
Coordinamento Precari ISTAT, 4 febbraio 2005





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