San Precario e la Moratti (dal manifesto del 20 aprile 2005)
Dalla rubrica "lettere" del Manifesto:
San Precario e la Moratti
Sono una ricercatrice precaria e scrivo per informare che oggi
pomeriggio alla Commissione cultura della Camera dei deputati è
previsto un ulteriore passaggio del famigerato Ddl Moratti sullo «stato
giuridico della docenza universitaria», rispetto al quale l'intera
comunità accademica si oppone da ormai più di un anno. Con questo Ddl
si vorrebbe porre in esaurimento la figura del ricercatore a tempo
indeterminato, che verrebbe sostituita dalla precarizzazione
istituzionalizzata dei contratti di ricerca e da una non meglio
definita «terza fascia di docenza». Rispetto a questo progetto gli
stessi membri della maggioranza hanno espresso pareri negativi, come si
evince dalla lettura del resoconto dei lavori della VII Commissione
(seduta di giovedì 14 aprile), dove A. Napoli (An) ha confermato «il
giudizio di inadeguatezza» sull'«impianto generale» del Ddl, al punto
che ella «ritiene non possa essere oggetto di un valido lavoro
emendativo, stante l'intrinseca disorganicità e confusione in esso
presenti.» Mentre lo stesso presidente di Commissione, F. Adornato
(Fi), ha ritenuto «necessario procedere a un adeguato approfondimento
politico nell'ambito della maggioranza e tra il relatore e il governo
prima di assumere decisioni circa le modalità e le forme con cui
modificare ulteriormente il testo», stante l'assenza di un qualsivoglia
minimo accordo tra maggioranza e governo. Mi sembra inevitabile e
consequenziale allo stato dell'arte parlamentare chiedere il ritiro
immediato del Ddl, accompagnato dalle dimissioni del ministro Moratti
e, a questo punto, dell'intero governo Berlusconi; in modo tale che
potranno anche loro assaporare, seppure in modo assai parziale e
edulcorato, la condizione di precarietà ben conosciuta dalle
ricercatrici e dai ricercatori delle università pubbliche e degli enti
di ricerca italiani.
Nora Precisa
www.ricercatoriprecari.org
Precari per sempre (dal Manifesto del 20 aprile 2005)
Precari per sempre
Il caleidoscopio del lavoro a tempo determinato in vista della «May Day»
MARCO BASCETTA
Perché non possiamo non dirci precari? E' ormai da
un cospicuo numero di anni che questo perché è inscritto, in forme
diverse, spesso contraddittorie, nell'esperienza di milioni di persone
e nell'orizzonte di un numero ancor più grande. L'incertezza del
futuro, l'instabilità delle posizioni acquisite, dei redditi, delle
competenze e delle mansioni, dei diritti e perfino delle abitudini,
sono da lungo tempo percepite dall'insieme della società come una
condizione generale, una fosca predestinazione o una minaccia
incombente. Non più, dunque, come un fenomeno marginale, patologico,
transitorio. Fino a indicare nella precarietà il sinonimo stesso della
forma contemporanea di sfruttamento. Questa percezione generale di una
realtà dalla quale a nessuno è consentito più di prescindere è tuttavia
attraversata da una sottile linea di demarcazione, un confine infido,
gravido di incomprensioni e contraddizioni politiche, talvolta piegate
all'autoconservazione di vecchie forme organizzative e strutture di
potere. In termini grossolani, per una parte crescente della società il
lavoro precario è una condizione ormai esperita e attraversata in tutti
i suoi risvolti (spesso l'unica realtà conosciuta), sofferta,
detestata, ma anche manipolata e talvolta virata a proprio vantaggio
dalle piccole astuzie quotidiane, tanto quelle esercitate dagli
opportunismi della competizione individuale quanto quelle escogitate
dalle esperienze dell' autorganizzazione collettiva. E'il mondo degli
intermittenti, delle partite iva, delle cooperative, dei lavori
disseminati nel puzzle normativo partorito da una sfrenata fantasia
contrattuale, di cui esistono ormai innumerevoli seppur mutevoli e
sempre incomplete cartografie.
Dualismo preventivo
Per un'altra parte la precarietà non è un'esperienza di vita, ma una
minaccia, la possibilità sempre più concreta e frequente che il proprio
posto di lavoro venga cancellato, smembrato, trasportato altrove o
conservato al prezzo di una serie di rinunce (salario, orario, diritti)
che equivalgono, in tutto e per tutto, al carattere precario delle
posizioni acquisite. L'autorinuncia finalizzata alla conservazione dei
posti di lavoro non è che la precarietà interiorizzata dal lavoro
«garantito», già prima del suo smembramento: una sorta di «precarietà
preventiva» che introduce la dimensione dell'incertezza e
dell'instabilità nel cuore stesso del lavoro a tempo indeterminato. Per
questa parte della società, poiché la precarietà è percepita non come
esperienza, ma come minaccia, il conflitto assume la forma della
«resistenza», della difesa di quanto in precedenza è stato conquistato.
La resistenza comporta appunto quel carattere difensivo che spinge a
salvare il salvabile, a salvaguardare, arretrando, la propria
posizione, rendendola così precaria nella sua apparente stabilità. E'
questo il dispositivo che mina dall'interno le politiche di difesa
dell'occupazione: tanto più si riesce a preservarla quanto più se ne
restringono le prerogative.
Questo dualismo della percezione favorisce, inoltre, reciproca
indifferenza quando non aperta ostilità e timore di finire svantaggiati
nella redistribuzione delle risorse: per essere chiari, il rifiuto del
reddito di cittadinanza da una parte, l'insofferenza per gli
ammortizzatori sociali da cui si è irrimediabilmente esclusi,
dall'altra. Ma comporta anche una ulteriore importante differenza, per
così dire ideologica. Mentre coloro che esperiscono direttamene il
lavoro precario non considerano questa condizione né giusta, né felice,
né augurabile ad altri, molti di coloro che difendono l'occupazione
salariata stabile la considerano giusta, se non proprio idilliaca
almeno «normale», e dunque meritevole di essere conservata ed estesa
anche al prezzo del suo stesso degrado. Nondimeno, per diverse ragioni
questo non si traduce necessariamente nella maggiore radicalità dei
primi rispetto ai secondi.
La cronaca ci testimonia che i conflitti in difesa del posto di lavoro
stabile presentano sovente un'asprezza e una determinazione addirittura
superiori a quelle che si registrano nelle lotte del lavoro precario.
Tuttavia, in linea di tendenza, il disincanto del precariato, man mano
che gli «ammortizzatori ideologici» che ne celano la dipendenza vanno
sgretolandosi, delinea una contraddizione destinata a inasprirsi. La
differenza della percezione non impedisce, in ogni modo, né agli uni né
agli altri, di riconoscere il pericolo e la debolezza insiti nella
divisione che attraversa il mondo dei lavori e di aspirare a una
ricomposizione. Nella risposta che viene data a questa aspirazione
comune si riproduce, tuttavia, la medesima divaricazione da cui siamo
partiti. Mentre il lavoro precario (eccettuata la parte accecata
dall'ideologia dell' «imprenditore di sé stesso» ormai falcidiata da
una sequela di fallimenti che forse, sia detto per inciso, si
rispecchia nella catastrofe elettorale di «Forza Italia») non si
sognerebbe certo di proporre come un assetto desiderabile la
generalizzazione della propria condizione, il lavoro salariato stabile
non esita a proporsi come razionale «normalità»: gli specifici problemi
del lavoro precario si risolverebbero dunque trasformandolo in lavoro
subordinato a tempo indeterminato o in quanto possa il più possibile
assomigliargli, ovvero, per tornare a un'antica parola d'ordine,
restaurando la «piena occupazione», naturalmente in una forma
parcamente compatibile con gli imperativi della competitività globale.
Paradosso della norma
Così, con un paradossale rovesciamento, l'elemento che effettivamente
attraversa (come esperienza o come minaccia) l'intero mondo produttivo,
la precarietà appunto, finisce con l'essere connotato come patologia di
una sua parte, per giunta ancora minoritaria; mentre la stabilità, da
cui tutta una parte in evidente espansione è esplicitamente esclusa
mentre l'altra resta inclusa nella sua parvenza, viene eletta a norma
universale, a vero orizzonte comune, a terreno di ricomposizione. Ne
deriva una conseguenza politica immediata: non si tratterebbe di
inventare e sviluppare nuovi diritti e nuove garanzie, nuove forme di
autorganizzazione, di cooperazione sociale e uso delle risorse in grado
di contrastare sul suo terreno lo sfruttamento della precarietà, ma
semplicemente di conservare ed estendere il sistema di diritti e
garanzie del lavoro subordinato e le sue forme di organizzazione e di
rappresentanza. La ricomposizione, insomma, dovrebbe avvenire sul
terreno della classica subordinazione salariata. In questa scelta
confluiscono pigrizia intellettuale, inclinazioni nostalgiche e istinto
di autoconservazione degli apparati.
Vi sono numerosi argomenti che indicano l'inconsistenza,
l'impraticabilità (per non dire la menzogna) di una parola d'ordine
come quella della «piena occupazione». Ma qui converrà evidenziarne uno
solo, il più radicato, patito e immediatamente vissuto nell'esperienza
quotidiana del precariato: la piena occupazione non può essere
rivendicata poiché già costituisce la nostra realtà. O, detto
altrimenti, il lavoro precario (nella sua duplice veste di esperienza e
di minaccia) non è altro che la forma contemporanea della piena
occupazione. Un quindicennio di ricerche e osservazioni sulle
trasformazioni delle modalità produttive dovrebbe rendere superflua una
ennesima dimostrazione di questa asserzione. Basti ricordare che
l'assemblaggio e la coltivazione dei requisiti, delle capacità, delle
relazioni e delle informazioni che consentono l'accesso al lavoro
intermittente e il suo esercizio costituiscono, a tutti gli effetti,
una occupazione a tempo pieno. E' quanto esprime, fra l'altro, la
formula non più nuova della sovrapposizione di tempo di vita e tempo di
lavoro.
Se la precarietà è dunque l'elemento che attraversa, nella sua duplice
veste, l'intero mondo dei lavori, essa costituisce anche il terreno di
una possibile ricomposizione delle linee di frattura che lo
attraversano. Proprio perché la condizione precaria, percependo la
propria negatività, non postula la sua generalizzazione, essa non
contempla quella reductio ad unum
che invece sottende la dottrina della piena occupazione stabile e
standardizzata. Essa indica, piuttosto, una ricomposizione sotto il
segno della molteplicità: non dobbiamo tornare a una condizione
omogenea per potere ottenere reddito e diritti sociali, ma dobbiamo
imporli a partire da una molteplicità irriducibile e mutevole di forme
di lavoro e scelte di vita.
Lavoro metropolitano
Non è dunque il lavoro precario come condizione, ma l'insieme dei
problemi, dei nodi, delle contraddizioni e dei conflitti che esso mette
in campo, a investire la totalità degli sfruttati e a indicare, dunque,
l'ambito possibile della loro riunificazione. Quest'ambito, quello in
cui prendono corpo e si sviluppano i conflitti del lavoro precario, è
in primo luogo l'ambito metropolitano. E' su questo terreno,
contrassegnato da un intreccio indissolubile di interessi economici,
opzioni politiche e tendenze culturali, che gli elementi decisivi di
conflitto nel tempo presente si stagliano in altorilievo: la proprietà
intellettuale, il controllo sui flussi dell'informazione e sulla
mobilità delle persone, l'estensione e la gestione dei beni comuni e
delle risorse, il governo del territorio, l'autonomia dei soggetti
individuali e collettivi, le libertà pubbliche e private, la crisi
della rappresentanza politica e sindacale.
Il lavoro precario non è dunque solo un limbo dell'impotenza e della
frammentazione, ma il luogo a partire dal quale la vita della
metropoli, pienamente percepita e interamente attraversata, può essere
messa in questione. I suoi «problemi specifici» non sono oggi uno
strappo nella maglia del «lavoro garantito», ma il problema generale
dello sfruttamento. Come motore attivo della ricomposizione degli
sfruttati il primo maggio gli appartiene di diritto. E il moltiplicarsi
delle «May Day» in Europa ne è il segno.
Il network europeo delle possibilità (dal Manifesto del 20 aprile 2005)
Il network europeo delle possibilità
Diritti sociali e continuità di reddito. Obiettivi e scommesse degli intermittenti del mercato del lavoro
EuroMayDay Barcellona, Parigi e Helsinki. Tre attivisti dei gruppi precari raccontano la preparazione
del 1 maggio che coinvolgerà dodici città del vecchio continente.
Tra lavoratori dello spettacolo, ricercatori e migranti
FRANCESCO RAPARELLI*
Parlare di May Day quest'anno è cosa assai
intrigante. «Far parlare la May Day», in presa diretta, lo è ancora di
più! In primo piano, senza indecisioni, il carattere europeo
dell'evento nato a Milano nella primavera del 2001. Oltre Milano e
Barcellona, città che per la prima volta nel 2004 ha inaugurato la
tensione europea della scadenza, sono altre dodici, quest'anno, le
città europee coinvolte da parade e azioni: Parigi, Siviglia, Amburgo,
Vienna, Liegi, Maribor, Londra, Amsterdam, Copenhagen, Helsinki,
Stoccolma, Dublino.
Contesti e linguaggi politici differenti che provano e hanno provato in
questi mesi - a partire dall'assemblea della MiddleSex University di
Londra durante le giornate del forum alternativo a quello sociale,
passando per i due meeting europei di Berlino e Parigi - a costruire un
piano comune.
Il «comune», è noto, ha poco a che vedere con omegeneità e sintesi. Si
tratta piuttosto di una prassi, di una proliferazione, di un
concatenamento. La cosa vera è che la precarietà è un dato strutturale
ed esteso del mercato del lavoro europeo. Questa è una premessa
oggettiva su cui l'accordo analitico è fatto scontato. Meno scontato è
provare a leggere quanto è accaduto in questi anni sul piano soggettivo
dei movimenti dei precari.
Attorno al tema della precarietà e dei conflitti sul reddito si gioca
una partita che riguarda per intero le trasformazioni dei movimenti
sociali, sia in Italia che in Europa. La scorsa stagione, infatti, è
stata segnata dalla centralità dei conflitti sociali (intermittenti
dello spettacolo, ricercatori, call center, autoferrotranvieri, «nuove
specie» di operai tra la Fiat di Melfi e l'Ilva di Genova) e dallo
straordinario successo della «May Day» milanese e catalana. Nello
stesso momento ha compiuto i suoi goffi passi finali il movimento
no-global, con le sue forme di organizzazione e di conflitto.
Per capire meglio o per provare a capire qualcosa in più della qualità
soggettiva di questo processo abbiamo provato a far parlare in presa
diretta alcuni dei precari e degli attivisti che da diversi mesi e
nelle diverse realtà stanno lavorando alla costruzione della
«EuroMayDay».
Barcellona è stata la prima metropoli europea a far propria
l'innovazione e la sfida della MayDay. A partire dall'esperienza e
dallo stimolo del gruppo di «guerriglia comunicativa» e di pratica
creativa YoMango - ricco della relazione privilegiata, intrattenuta per
diversi anni, con il gruppo ChainWorkers di Milano - Barcellona è stata
attraversata, lo scorso anno, da diecimila persone, in un «carnevale»,
rischioso nelle premesse (frammentazione sociale e politica),
riuscitissimo nei risultati.
Gemma, attivista dell'Assemblea per la Comunicaciò Social,
sottolinea come quest'anno l'attenzione è rivolta all'incremento delle
relazioni, all'intensità della declinazione sociale e alla possibilità
di dare continuità al lavoro sul tema della precarietà e del reddito.
«Se lo scorso anno - afferma l'attivista catalana - la May Day è stata
una boccata d'ossigeno che ha reso possibile una ricomposizione
inaspettata tra i diversi soggetti di movimento, quest'anno la sfida è
quella di connettere le anime sociali più diverse del conflitto:
migranti, in primo luogo, sindacalismo di base, studenti, donne
impegnate nelle lotte per i diritti delle prostitute, le forme
conflittuali legate allo smantellamento e all'outsourcing delle imprese fordiste».
Il 2 aprile, seconda giornata europea di mobilitazione sui diritti di
cittadinanza e per la libertà di movimento, è stato il primo positivo
banco di prova per quanto riguarda la capacità dei movimenti europei di
costruire pratiche comuni. Banco di prova anche per Barcellona: azioni
contro i Cpt la mattina, corteo migrante il pomeriggio. Risultato: «La
May Day di Barcellona quest'anno vedrà un protagonismo estremamente più
significativo da parte dei migranti», continua Gemma.
La May Day forse più attesa è quella parigina. Sono almeno due anni, infatti, che Parigi
e la Francia sono attraversati da conflitti sociali innovativi in tema
di diritti e di precarietà. La lotta degli intermittenti ha segnato
indubbiamente un passaggio esemplare sulla questione delle pratiche di
lotta e sulle rivendicazioni in tema di reddito. «Discontinuità di
lavoro, continuità di reddito» è lo slogan degli intermittenti, ora tra
gli animatori della May Day parigina. L'amore nato lo scorso anno a
Milano e ripreso nelle discussioni settembrine di «Global Beach» ha
finalmente trovato respiro, relazioni, forza. «Lo "spirito May Day"
sembra essersi fatto carne a Parigi», racconta una delle precarie
coinvolte nell'assemblea di preparazione. I tratti ricompositivi, al
pari di Barcellona, fanno della May Day occasione ricca di sambio, di
contaminazione, di innovazione. «Alice nel paese della precarietà» sarà
il tema e il grosso carro comune d'apertura raccoglierà dietro di se
studenti e sindacalismo di base, Sans Papier e tecno ravers, oltre
chiaramente al movimento dei disoccupati di Ac! e agli intermittenti di
Parigi e di tutte i coordinamenti nazionali.
La May Day di Helsinki
partirà il 30 aprile, con un giorno di anticipo. Tapio, animatore tra
gli altri del network scandinavo che a partire dal contro-vertice Ue
del dicembre del 2002 (Copenhagen, l'occasione per intenderci in cui
furono arrestati preventivamente 6 disobbedienti italiani e molti altri
attivisti danesi e spagnoli) ha ricombinato i movimenti nordici reduci
dall'impasse successiva a Goteborg, ci descrive una preparazione
estremamente euforica. «I manifesti May Day già da diversi giorni
tappezzano le strade di Helsinki e si moltiplicano gli spazi di
assemblea. I nostri claims sono flexsicurity contro lo smantellamento del welfare,
diritti per la maternità, autonomia dei tempi e degli spazi
lavorativi». Il punto di forza delle mobilitazioni, sottolinea Tapio,
sono studenti e ricercatori universitari.
Un primo accenno di inchiesta, da ampliare e da articolare di nuovo, un
primo modo per «far parlare la May Day». Euromayday.org,
globalproject.info, italy.indymedia.org: questi i network comunicativi
per approfondire e continuare la ricerca attorno al primo movimento
dell'Europa dal basso, radicale, contro il ricatto della precarietà.
*) Esc//Globalproject





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