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    San Precario e la Moratti (dal manifesto del 20 aprile 2005)

    di precaristat (21/04/2005 - 10:15)

    Dalla rubrica "lettere" del Manifesto:

    San Precario e la Moratti


    Sono una ricercatrice precaria e scrivo per informare che oggi pomeriggio alla Commissione cultura della Camera dei deputati è previsto un ulteriore passaggio del famigerato Ddl Moratti sullo «stato giuridico della docenza universitaria», rispetto al quale l'intera comunità accademica si oppone da ormai più di un anno. Con questo Ddl si vorrebbe porre in esaurimento la figura del ricercatore a tempo indeterminato, che verrebbe sostituita dalla precarizzazione istituzionalizzata dei contratti di ricerca e da una non meglio definita «terza fascia di docenza». Rispetto a questo progetto gli stessi membri della maggioranza hanno espresso pareri negativi, come si evince dalla lettura del resoconto dei lavori della VII Commissione (seduta di giovedì 14 aprile), dove A. Napoli (An) ha confermato «il giudizio di inadeguatezza» sull'«impianto generale» del Ddl, al punto che ella «ritiene non possa essere oggetto di un valido lavoro emendativo, stante l'intrinseca disorganicità e confusione in esso presenti.» Mentre lo stesso presidente di Commissione, F. Adornato (Fi), ha ritenuto «necessario procedere a un adeguato approfondimento politico nell'ambito della maggioranza e tra il relatore e il governo prima di assumere decisioni circa le modalità e le forme con cui modificare ulteriormente il testo», stante l'assenza di un qualsivoglia minimo accordo tra maggioranza e governo. Mi sembra inevitabile e consequenziale allo stato dell'arte parlamentare chiedere il ritiro immediato del Ddl, accompagnato dalle dimissioni del ministro Moratti e, a questo punto, dell'intero governo Berlusconi; in modo tale che potranno anche loro assaporare, seppure in modo assai parziale e edulcorato, la condizione di precarietà ben conosciuta dalle ricercatrici e dai ricercatori delle università pubbliche e degli enti di ricerca italiani.
    Nora Precisa
    www.ricercatoriprecari.org

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    Precari per sempre (dal Manifesto del 20 aprile 2005)

    di precaristat (21/04/2005 - 10:14)

    Precari per sempre
    Il caleidoscopio del lavoro a tempo determinato in vista della «May Day»
    MARCO BASCETTA
    Perché non possiamo non dirci precari? E' ormai da un cospicuo numero di anni che questo perché è inscritto, in forme diverse, spesso contraddittorie, nell'esperienza di milioni di persone e nell'orizzonte di un numero ancor più grande. L'incertezza del futuro, l'instabilità delle posizioni acquisite, dei redditi, delle competenze e delle mansioni, dei diritti e perfino delle abitudini, sono da lungo tempo percepite dall'insieme della società come una condizione generale, una fosca predestinazione o una minaccia incombente. Non più, dunque, come un fenomeno marginale, patologico, transitorio. Fino a indicare nella precarietà il sinonimo stesso della forma contemporanea di sfruttamento. Questa percezione generale di una realtà dalla quale a nessuno è consentito più di prescindere è tuttavia attraversata da una sottile linea di demarcazione, un confine infido, gravido di incomprensioni e contraddizioni politiche, talvolta piegate all'autoconservazione di vecchie forme organizzative e strutture di potere. In termini grossolani, per una parte crescente della società il lavoro precario è una condizione ormai esperita e attraversata in tutti i suoi risvolti (spesso l'unica realtà conosciuta), sofferta, detestata, ma anche manipolata e talvolta virata a proprio vantaggio dalle piccole astuzie quotidiane, tanto quelle esercitate dagli opportunismi della competizione individuale quanto quelle escogitate dalle esperienze dell' autorganizzazione collettiva. E'il mondo degli intermittenti, delle partite iva, delle cooperative, dei lavori disseminati nel puzzle normativo partorito da una sfrenata fantasia contrattuale, di cui esistono ormai innumerevoli seppur mutevoli e sempre incomplete cartografie.

    Dualismo preventivo

    Per un'altra parte la precarietà non è un'esperienza di vita, ma una minaccia, la possibilità sempre più concreta e frequente che il proprio posto di lavoro venga cancellato, smembrato, trasportato altrove o conservato al prezzo di una serie di rinunce (salario, orario, diritti) che equivalgono, in tutto e per tutto, al carattere precario delle posizioni acquisite. L'autorinuncia finalizzata alla conservazione dei posti di lavoro non è che la precarietà interiorizzata dal lavoro «garantito», già prima del suo smembramento: una sorta di «precarietà preventiva» che introduce la dimensione dell'incertezza e dell'instabilità nel cuore stesso del lavoro a tempo indeterminato. Per questa parte della società, poiché la precarietà è percepita non come esperienza, ma come minaccia, il conflitto assume la forma della «resistenza», della difesa di quanto in precedenza è stato conquistato. La resistenza comporta appunto quel carattere difensivo che spinge a salvare il salvabile, a salvaguardare, arretrando, la propria posizione, rendendola così precaria nella sua apparente stabilità. E' questo il dispositivo che mina dall'interno le politiche di difesa dell'occupazione: tanto più si riesce a preservarla quanto più se ne restringono le prerogative.

    Questo dualismo della percezione favorisce, inoltre, reciproca indifferenza quando non aperta ostilità e timore di finire svantaggiati nella redistribuzione delle risorse: per essere chiari, il rifiuto del reddito di cittadinanza da una parte, l'insofferenza per gli ammortizzatori sociali da cui si è irrimediabilmente esclusi, dall'altra. Ma comporta anche una ulteriore importante differenza, per così dire ideologica. Mentre coloro che esperiscono direttamene il lavoro precario non considerano questa condizione né giusta, né felice, né augurabile ad altri, molti di coloro che difendono l'occupazione salariata stabile la considerano giusta, se non proprio idilliaca almeno «normale», e dunque meritevole di essere conservata ed estesa anche al prezzo del suo stesso degrado. Nondimeno, per diverse ragioni questo non si traduce necessariamente nella maggiore radicalità dei primi rispetto ai secondi.

    La cronaca ci testimonia che i conflitti in difesa del posto di lavoro stabile presentano sovente un'asprezza e una determinazione addirittura superiori a quelle che si registrano nelle lotte del lavoro precario. Tuttavia, in linea di tendenza, il disincanto del precariato, man mano che gli «ammortizzatori ideologici» che ne celano la dipendenza vanno sgretolandosi, delinea una contraddizione destinata a inasprirsi. La differenza della percezione non impedisce, in ogni modo, né agli uni né agli altri, di riconoscere il pericolo e la debolezza insiti nella divisione che attraversa il mondo dei lavori e di aspirare a una ricomposizione. Nella risposta che viene data a questa aspirazione comune si riproduce, tuttavia, la medesima divaricazione da cui siamo partiti. Mentre il lavoro precario (eccettuata la parte accecata dall'ideologia dell' «imprenditore di sé stesso» ormai falcidiata da una sequela di fallimenti che forse, sia detto per inciso, si rispecchia nella catastrofe elettorale di «Forza Italia») non si sognerebbe certo di proporre come un assetto desiderabile la generalizzazione della propria condizione, il lavoro salariato stabile non esita a proporsi come razionale «normalità»: gli specifici problemi del lavoro precario si risolverebbero dunque trasformandolo in lavoro subordinato a tempo indeterminato o in quanto possa il più possibile assomigliargli, ovvero, per tornare a un'antica parola d'ordine, restaurando la «piena occupazione», naturalmente in una forma parcamente compatibile con gli imperativi della competitività globale.

    Paradosso della norma

    Così, con un paradossale rovesciamento, l'elemento che effettivamente attraversa (come esperienza o come minaccia) l'intero mondo produttivo, la precarietà appunto, finisce con l'essere connotato come patologia di una sua parte, per giunta ancora minoritaria; mentre la stabilità, da cui tutta una parte in evidente espansione è esplicitamente esclusa mentre l'altra resta inclusa nella sua parvenza, viene eletta a norma universale, a vero orizzonte comune, a terreno di ricomposizione. Ne deriva una conseguenza politica immediata: non si tratterebbe di inventare e sviluppare nuovi diritti e nuove garanzie, nuove forme di autorganizzazione, di cooperazione sociale e uso delle risorse in grado di contrastare sul suo terreno lo sfruttamento della precarietà, ma semplicemente di conservare ed estendere il sistema di diritti e garanzie del lavoro subordinato e le sue forme di organizzazione e di rappresentanza. La ricomposizione, insomma, dovrebbe avvenire sul terreno della classica subordinazione salariata. In questa scelta confluiscono pigrizia intellettuale, inclinazioni nostalgiche e istinto di autoconservazione degli apparati.

    Vi sono numerosi argomenti che indicano l'inconsistenza, l'impraticabilità (per non dire la menzogna) di una parola d'ordine come quella della «piena occupazione». Ma qui converrà evidenziarne uno solo, il più radicato, patito e immediatamente vissuto nell'esperienza quotidiana del precariato: la piena occupazione non può essere rivendicata poiché già costituisce la nostra realtà. O, detto altrimenti, il lavoro precario (nella sua duplice veste di esperienza e di minaccia) non è altro che la forma contemporanea della piena occupazione. Un quindicennio di ricerche e osservazioni sulle trasformazioni delle modalità produttive dovrebbe rendere superflua una ennesima dimostrazione di questa asserzione. Basti ricordare che l'assemblaggio e la coltivazione dei requisiti, delle capacità, delle relazioni e delle informazioni che consentono l'accesso al lavoro intermittente e il suo esercizio costituiscono, a tutti gli effetti, una occupazione a tempo pieno. E' quanto esprime, fra l'altro, la formula non più nuova della sovrapposizione di tempo di vita e tempo di lavoro.

    Se la precarietà è dunque l'elemento che attraversa, nella sua duplice veste, l'intero mondo dei lavori, essa costituisce anche il terreno di una possibile ricomposizione delle linee di frattura che lo attraversano. Proprio perché la condizione precaria, percependo la propria negatività, non postula la sua generalizzazione, essa non contempla quella reductio ad unum che invece sottende la dottrina della piena occupazione stabile e standardizzata. Essa indica, piuttosto, una ricomposizione sotto il segno della molteplicità: non dobbiamo tornare a una condizione omogenea per potere ottenere reddito e diritti sociali, ma dobbiamo imporli a partire da una molteplicità irriducibile e mutevole di forme di lavoro e scelte di vita.

    Lavoro metropolitano

    Non è dunque il lavoro precario come condizione, ma l'insieme dei problemi, dei nodi, delle contraddizioni e dei conflitti che esso mette in campo, a investire la totalità degli sfruttati e a indicare, dunque, l'ambito possibile della loro riunificazione. Quest'ambito, quello in cui prendono corpo e si sviluppano i conflitti del lavoro precario, è in primo luogo l'ambito metropolitano. E' su questo terreno, contrassegnato da un intreccio indissolubile di interessi economici, opzioni politiche e tendenze culturali, che gli elementi decisivi di conflitto nel tempo presente si stagliano in altorilievo: la proprietà intellettuale, il controllo sui flussi dell'informazione e sulla mobilità delle persone, l'estensione e la gestione dei beni comuni e delle risorse, il governo del territorio, l'autonomia dei soggetti individuali e collettivi, le libertà pubbliche e private, la crisi della rappresentanza politica e sindacale.

    Il lavoro precario non è dunque solo un limbo dell'impotenza e della frammentazione, ma il luogo a partire dal quale la vita della metropoli, pienamente percepita e interamente attraversata, può essere messa in questione. I suoi «problemi specifici» non sono oggi uno strappo nella maglia del «lavoro garantito», ma il problema generale dello sfruttamento. Come motore attivo della ricomposizione degli sfruttati il primo maggio gli appartiene di diritto. E il moltiplicarsi delle «May Day» in Europa ne è il segno.

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    Il network europeo delle possibilità (dal Manifesto del 20 aprile 2005)

    di precaristat (21/04/2005 - 10:07)

    Il network europeo delle possibilità
    Diritti sociali e continuità di reddito. Obiettivi e scommesse degli intermittenti del mercato del lavoro
    EuroMayDay Barcellona, Parigi e Helsinki. Tre attivisti dei gruppi precari raccontano la preparazione del 1 maggio che coinvolgerà dodici città del vecchio continente. Tra lavoratori dello spettacolo, ricercatori e migranti

    FRANCESCO RAPARELLI*
    Parlare di May Day quest'anno è cosa assai intrigante. «Far parlare la May Day», in presa diretta, lo è ancora di più! In primo piano, senza indecisioni, il carattere europeo dell'evento nato a Milano nella primavera del 2001. Oltre Milano e Barcellona, città che per la prima volta nel 2004 ha inaugurato la tensione europea della scadenza, sono altre dodici, quest'anno, le città europee coinvolte da parade e azioni: Parigi, Siviglia, Amburgo, Vienna, Liegi, Maribor, Londra, Amsterdam, Copenhagen, Helsinki, Stoccolma, Dublino.

    Contesti e linguaggi politici differenti che provano e hanno provato in questi mesi - a partire dall'assemblea della MiddleSex University di Londra durante le giornate del forum alternativo a quello sociale, passando per i due meeting europei di Berlino e Parigi - a costruire un piano comune.

    Il «comune», è noto, ha poco a che vedere con omegeneità e sintesi. Si tratta piuttosto di una prassi, di una proliferazione, di un concatenamento. La cosa vera è che la precarietà è un dato strutturale ed esteso del mercato del lavoro europeo. Questa è una premessa oggettiva su cui l'accordo analitico è fatto scontato. Meno scontato è provare a leggere quanto è accaduto in questi anni sul piano soggettivo dei movimenti dei precari.

    Attorno al tema della precarietà e dei conflitti sul reddito si gioca una partita che riguarda per intero le trasformazioni dei movimenti sociali, sia in Italia che in Europa. La scorsa stagione, infatti, è stata segnata dalla centralità dei conflitti sociali (intermittenti dello spettacolo, ricercatori, call center, autoferrotranvieri, «nuove specie» di operai tra la Fiat di Melfi e l'Ilva di Genova) e dallo straordinario successo della «May Day» milanese e catalana. Nello stesso momento ha compiuto i suoi goffi passi finali il movimento no-global, con le sue forme di organizzazione e di conflitto.

    Per capire meglio o per provare a capire qualcosa in più della qualità soggettiva di questo processo abbiamo provato a far parlare in presa diretta alcuni dei precari e degli attivisti che da diversi mesi e nelle diverse realtà stanno lavorando alla costruzione della «EuroMayDay».

    Barcellona è stata la prima metropoli europea a far propria l'innovazione e la sfida della MayDay. A partire dall'esperienza e dallo stimolo del gruppo di «guerriglia comunicativa» e di pratica creativa YoMango - ricco della relazione privilegiata, intrattenuta per diversi anni, con il gruppo ChainWorkers di Milano - Barcellona è stata attraversata, lo scorso anno, da diecimila persone, in un «carnevale», rischioso nelle premesse (frammentazione sociale e politica), riuscitissimo nei risultati.

    Gemma, attivista dell'Assemblea per la Comunicaciò Social, sottolinea come quest'anno l'attenzione è rivolta all'incremento delle relazioni, all'intensità della declinazione sociale e alla possibilità di dare continuità al lavoro sul tema della precarietà e del reddito. «Se lo scorso anno - afferma l'attivista catalana - la May Day è stata una boccata d'ossigeno che ha reso possibile una ricomposizione inaspettata tra i diversi soggetti di movimento, quest'anno la sfida è quella di connettere le anime sociali più diverse del conflitto: migranti, in primo luogo, sindacalismo di base, studenti, donne impegnate nelle lotte per i diritti delle prostitute, le forme conflittuali legate allo smantellamento e all'outsourcing delle imprese fordiste».

    Il 2 aprile, seconda giornata europea di mobilitazione sui diritti di cittadinanza e per la libertà di movimento, è stato il primo positivo banco di prova per quanto riguarda la capacità dei movimenti europei di costruire pratiche comuni. Banco di prova anche per Barcellona: azioni contro i Cpt la mattina, corteo migrante il pomeriggio. Risultato: «La May Day di Barcellona quest'anno vedrà un protagonismo estremamente più significativo da parte dei migranti», continua Gemma.

    La May Day forse più attesa è quella parigina. Sono almeno due anni, infatti, che Parigi e la Francia sono attraversati da conflitti sociali innovativi in tema di diritti e di precarietà. La lotta degli intermittenti ha segnato indubbiamente un passaggio esemplare sulla questione delle pratiche di lotta e sulle rivendicazioni in tema di reddito. «Discontinuità di lavoro, continuità di reddito» è lo slogan degli intermittenti, ora tra gli animatori della May Day parigina. L'amore nato lo scorso anno a Milano e ripreso nelle discussioni settembrine di «Global Beach» ha finalmente trovato respiro, relazioni, forza. «Lo "spirito May Day" sembra essersi fatto carne a Parigi», racconta una delle precarie coinvolte nell'assemblea di preparazione. I tratti ricompositivi, al pari di Barcellona, fanno della May Day occasione ricca di sambio, di contaminazione, di innovazione. «Alice nel paese della precarietà» sarà il tema e il grosso carro comune d'apertura raccoglierà dietro di se studenti e sindacalismo di base, Sans Papier e tecno ravers, oltre chiaramente al movimento dei disoccupati di Ac! e agli intermittenti di Parigi e di tutte i coordinamenti nazionali.

    La May Day di Helsinki partirà il 30 aprile, con un giorno di anticipo. Tapio, animatore tra gli altri del network scandinavo che a partire dal contro-vertice Ue del dicembre del 2002 (Copenhagen, l'occasione per intenderci in cui furono arrestati preventivamente 6 disobbedienti italiani e molti altri attivisti danesi e spagnoli) ha ricombinato i movimenti nordici reduci dall'impasse successiva a Goteborg, ci descrive una preparazione estremamente euforica. «I manifesti May Day già da diversi giorni tappezzano le strade di Helsinki e si moltiplicano gli spazi di assemblea. I nostri claims sono flexsicurity contro lo smantellamento del welfare, diritti per la maternità, autonomia dei tempi e degli spazi lavorativi». Il punto di forza delle mobilitazioni, sottolinea Tapio, sono studenti e ricercatori universitari.

    Un primo accenno di inchiesta, da ampliare e da articolare di nuovo, un primo modo per «far parlare la May Day». Euromayday.org, globalproject.info, italy.indymedia.org: questi i network comunicativi per approfondire e continuare la ricerca attorno al primo movimento dell'Europa dal basso, radicale, contro il ricatto della precarietà.

    *) Esc//Globalproject

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