dal "manifesto" 7 maggio 2005
PRECARIETA'
Questione di flexicurity
ANDREA FUMAGALLI
In un articolo apparse ne Il manifesto del 29 aprile, Francesca Bria e Rafael Di Maio ponevano la questione della flexicurity come un insieme di misure di governance del mercato del lavoro e di welfare omogenee e «in linea di continuità con i processi di compromesso sociale made in Europe» all'interno di «un restyling del modello sociale europeo». Se il termine flexicurity viene riferito al flexibility and security act (denominato flex-security act e non flexicurity), entrato in vigore in Olanda il 1 gennaio 1999, oppure ai richiami, per altro molto vaghi, che vengono fatti negli atti della Commissione Europea che hanno accompagnato una serie di Summit sino all'ultimo di Lisbona 2000, non si può che concordare. Nel dibattito italiano, tuttavia, il termine flexicurity fa riferimento ad alcune proposte che poco o nulla hanno a che spartire con il progetto olandese. E soprattutto non è per nulla in contrapposizione con la richiesta - più che sacrosanta - di garantire un reddito, incondizionato e individuale, a prescindere dalle condizioni lavorative e quindi tendenzialmente universale. (A questo proposito si possono leggere le 12 tesi sul reddito di cittadinanza contenute nel libro Tute bianche, pubblicato nel 1999 da DeriveApprodi). La proposta di flexicurity, che ha già animato la MayDay 2004 e che è stato riproposto anche all'interno della EuroMayDay 2005 (soprattutto dalle reti di precari nel Nordeuropa), ha lo scopo di favorire l'introduzione di un reddito di cittadinanza e di renderlo un obiettivo praticabile e perseguibile.
Il ragionamento è, per alcuni versi, molto semplice. Partendo dal presupposto che oggi la vita non solo viene asservita al lavoro, ma messa al lavoro (la differenza è sostanziale), l'unica retribuzione corretta è la remunerazione della vita; in secondo luogo, poiché l'attività produttiva, materiale e immateriale, presenta un'organizzazione reticolare diffusa, il luogo del conflitto è rappresentato sia dai luoghi di lavoro (sempre più frammentati e sempre più sottoposti a ricattabilità) che dal territorio in cui la produzione si manifesta. Ne consegue che per aprire una vertenza locale sul reddito di esistenza è necessario allo stesso tempo coniugare le pratiche di conflitto sul territorio con quelle che si autorganizzano nei luoghi di lavoro.
La proposta di flexicurity che ho contribuito ad elaborare, e che è quella avanzata alla MayDay, ha proprio questo significato: costituire un ponte tra agitazione sindacale in termine di diritti e garanzie del lavoratore/trice e nuovo welfare che fa del reddito di esistenza, diretto e indiretto, il suo perno essenziale. Non è un caso che i quattro punti in cui si articola la proposta di flexicurity sono la costituzione di una cassa sociale per garantire continuità di reddito monetario incondizionato, una cassa sociale per garantire servizi sociali adeguati (casa, mobilità sapere, socialità, ovvero reddito indiretto), una drastica riduzione delle tipologie contrattuali oggi esistenti e infine un salario minimo orario per coloro che non sono contrattualizzati (oramai quasi il 50% della forza lavoro e buona parte del lavoro precario).
Si tratta di punti che non hanno nulla a che vedere con la legislazione olandese o con alcune proposte del centro-sinistra, tutte tese a cercare, in modo illusorio, strumentale o al limite assistenziale, di governare la flessibilità del lavoro, senza minimamente preoccuparsi delle condizioni di reddito e di vivibilità oggi fortemente compromessi.
Tale battaglia ha come referente e controparte chi gestisce politicamente ed economicamente il controllo del territorio e della produzione e uno dei suoi obiettivi è proprio costituire una «massa critica», di rottura e conflittuale, in grado di modificare i rapporti di forza e trasformare l'esistente, anche con il perseguimento dell'obiettivo di un reddito di esistenza incondizionato.
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